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I Vespri siciliani tornano alla Scala

I Vespri siciliani tornano alla Scala

Dopo 24 anni di assenza, “I Vespri siciliani” di Verdi tornano al Teatro alla Scala, dal 28 gennaio al 21 febbraio, in un nuovo allestimento firmato da Hugo de Ana. Sul podio Fabio Luisi alla guida di un cast capitanato da Marina Rebeka, Piero Pretti e Luca Micheletti.

Al Verdi di Trieste Henning rilegge Macbeth 10 anni dopo

Al Verdi di Trieste Henning rilegge Macbeth 10 anni dopo

Al Teatro Verdi di Trieste, dal 27 gennaio al 5 febbraio, va in scena il capolavoro di Giuseppe Verdi. Torna in un allestimento che ha fatto storia con la regia del “Maestro” Brockhaus, i costumi di Nanà Cecchi, le scene di Josef Svoboda ricostruite da Benito Leonori. Fabrizio Maria Carminati dirige un cast che alterna generazioni di voci verdiane.

Dai campi di sterminio un canto per l’umanità

Dai campi di sterminio un canto  per l’umanità

In questo breve spazio temporale che separa il 27 gennaio Giorno della Memoria e il 10 febbraio Giorno del Ricordo, torna utile richiamare l’attenzione sulla epocale ricerca che Francesco Lotoro va compiendo da oltre trent’anni sulla musica concentrazionaria scritta in ghetti, Lager, gulag, campi di prigionia e di internamento disseminati nel mondo.

Enrico Scaccaglia vince il Concorso Luciano Berio

Enrico Scaccaglia vince il Concorso Luciano Berio

Enrico Scaccaglia è il vincitore della seconda edizione del Concorso “Luciano Berio” indetto dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Giuria presieduta da Antonio Pappano e formata dai compositori Luca Francesconi, Tania León, Michael Jarrell e Hilda Paredes. Menzioni d’onore per Annachiara Gedda e Chia-Ying.

Paolo Borciani 100 anni dopo

Paolo Borciani 100 anni dopo

Il 21 dicembre 1922 nasceva a Reggio Emilia il violinista Paolo Borciani, tra i fondatori del leggendario Quartetto Italiano. A partire da questo anniversario importante, ripercorriamo la destinerranza artistica di una carriera unica, inarrestabile, planetaria: quella del «più bel quartetto, senza ombra di dubbio» che il Novecento abbia conosciuto.

Vanoli, uno storico per i suoni del passato. Dal Big Bang alla Beat Generation

Vanoli, uno storico per i suoni del passato. Dal Big Bang alla Beat Generation

Architettare una sintesi delle diverse epoche storiche, dal Big Bang alla Beat Generation, filtrando i suoni del passato. Trovare un filo comune fra mondi variegati (in gran parte nell’area mediterranea) intessendo un filo comune.
Alessandro Vanoli, musicista dilettante, storico importante, grande divulgatore in “Note che raccontano la storia”, il suo ultimo libro edito da il Mulino, ricostruisce la storia dei suoni (anche) perduti del passato che sono stati la colonna sonora dell’umanità e la musica del mondo.

Brunello, Bach, un violoncello piccolo e la luce che mancava

Brunello, Bach, un violoncello piccolo e la luce che mancava

Per un violoncellista come Mario Brunello, che suona dopo aver scalato le vette alpine e macinato la sabbia infuocata dei deserti algerini è il disco che apre il 2023.
Per noi, l’unica certezza dopo averlo infilato nel lettore cd è una sensazione di meraviglia. Pochi secondi dopo il respiro d’attacco degli esecutori bastano per sintonizzarsi sull’incantato stupore, indotto dai tempi vagamente assorti che si alternano agli scatti repentini. Il suono ipnotico dopo quasi quarant’anni di carriera in un vortice di interessi (barocco, romanticismo con orchestra, sprazzi di contemporanea, evasioni nel jazz) è ancor più pastoso, denso. Nobile essenza della sua ars interpretativa. 
“Bach Transcriptions” è l’atto di chiusura di una trilogia con l’Accademia dell’Annunciata e il basso continuo di Riccardo Doni (Arcana-Outhere Music).

Pavarotti era mio padre. Ed era un grande tenore

Pavarotti era mio padre. Ed era un grande tenore

Cristina Pavarotti, figlia secondogenita del celebre tenore modenese, racconta a Music Paper il suo impegno per custodire e diffondere la memoria del padre, andando oltre il personaggio e guardando da vicino l’artista, sensazionale e generoso.
Da alcuni mesi il nome di “Big Luciano” campeggia anche sulle stelle della “Walk of Fame” di Hollywood. Ma ora tocca all’Italia non dimenticare il cantante e l’interprete che è stato una star fra le più luminose della storia dell’opera…
«Per molti anni sono stata testimone della sua carriera. Ho iniziato ad andare a teatro all’età di cinque anni e ho avuto la fortuna di vedere dal vivo un’intera generazione di cantanti eccezionale, che condivideva gli stessi valori di mio padre».

Ammazza la mosca!

Ammazza la mosca!

Un’indagine sulla storia di un jingle dalla fortuna strepitosa. Danzato a ritmo di polka o suonato sui denti di una mucca, «Ammazza la mosca… col Flit!» affiora un po’ ovunque, dal Jazz all’Heavy Metal, da Topolino ai Rolling Stones, replicandosi senza mai perdere quel suo richiamo irresistibile che fa: ta-tara-ta-ta… ta-ta!
Dietro questa innocente melodia di sette note si nasconde un universo musicale dai contorni appena definibili, in cui la lista degli “avvistamenti” è destinata ad aggiornarsi migliaia di volte, per ogni sua sortita nella bussata in codice che facciamo per entrare in casa o nel beat prodotto in uno studio discografico.

Joseph Ratzinger, il Papa che pregava in musica

Joseph Ratzinger, il Papa che pregava in musica

Bella e degna deve essere la musica da chiesa. Non di una bellezza fine a se stessa, ma unita profondamente, con umiltà, alla parola divina di cui costituisce l’amplificazione espressiva. Perché questa musica è prima di tutto preghiera alimentata dalla fede, riflesso di partecipazione collettiva al rito. E come tale va considerata. E a questo scopo deve servire, con semplicità ma senza tralasciare la dignità artistica. Così, in sintesi, il pensiero di Joseph Ratzinger sulla funzione della musica nella liturgia. Tema di cui si è occupato spesso già all’indomani del Concilio Vaticano II, cui aveva partecipato in veste di consulente, poi via via negli scritti da cardinale e nei discorsi pubblici da pontefice – quasi quarant’anni di riflessioni, alcune delle quali raccolte dallo stesso Benedetto XVI in “Lodate Dio con arte: sul canto e la musica” (2010), a cura di Carlo Carniato, con introduzione di Riccardo Muti.

Metti un Natale in musica nella Roma barocca

Metti un Natale in musica nella Roma barocca

Un viaggio nella Città Eterna in compagnia di Alessandro Scarlatti, fra Messe, Vespri e “musiche straordinarie” nel periodo natalizio. Precisamente, nel 1707. La Basilica di Santa Maria Maggiore, la liturgia e le devozioni, la bellezza del canto e degli strumenti, e il primo capolavoro del celebre compositore siciliano, in stile concertante e con organico a nove voci, alla cui esecuzione prese parte anche il figlio Domenico. Una partitura di grande spessore timbrico, che segue il modello del concerto corelliano. Come non emozionarsi, ancora oggi, ascoltando questa pagina intrisa d’intensa commozione?

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Spettacoli - Libri - Dischi

Che lodevole impresa ridare vita alla Napoli milionaria di Eduardo e Rota

Risentita al Teatro Donizetti di Bergamo, a più di quarant’anni dopo la sua creazione, "Napoli milionaria" di Nino Rota ed Eduardo De Filippo scorre senza che si avverta il passare del tempo nei tre atti, …

L’orecchio di Proteo

Carlo Alessandro Landini, LIM, pagg. 848, € 60 Compositore di solido mestiere e notevole ingegno, Carlo Alessandro Landini è anche un prolifico saggista. Attività, quest’ultima, in cui si specchiano tanti caratteri del suo mondo d’artista... Dopo …

Giuseppe Agus – Sonate a violino solo e basso

Quartetto Vanvitelli / Arcana Il Quartetto Vanvitelli propone per Arcana le sei "Sonate a violino solo e basso" op. 1 di Giuseppe Agus. La curatissima performance porge con chiarezza e nitidezza il linguaggio musicale di questo …

Radio Days

Oreste Bossini

L

a storia della musica alla radio l’ha scritta l’abate Casti alla fine del Settecento, con il libretto di Prima la musica e poi le parole messo in musica da Antonio Salieri e da Giovanni Paisiello. Considerato il riferimento alla radio, anzi, sarebbe meglio citare forse l’ultima opera di Strauss, Capriccio, che nasceva dall’idea (di Stefan Zweig) di un rifacimento novecentesco della commedia di Casti.

La radio, infatti, è stato il primo mezzo di comunicazione alimentato dall’energia elettrica, quindi si può dire che sia la madre di tutta la modernità. Ricordate la frase di Lenin? Il socialismo è il potere dei soviet più l’elettrificazione di tutto il paese. Se la Rivoluzione d’ottobre correva sui fili dell’alta tensione, la comunicazione di massa ha mosso i primi passi sulle onde elettromagnetiche.

Non c’è niente che racconti il Novecento meglio della radio, anche se ormai siamo in un altro secolo, e la musica, anche quella data molte volte per spacciata, sprezzantemente o stupidamente etichettata come “classica”, ha sempre fatto parte di questa narrazione contemporanea.

Dal 1927, anno di fondazione della British Broadcasting Corporation, modello di servizio pubblico radiofonico per la maggior parte delle emittenti nazionali europee, compresa la Rai, musica e informazioni sono sempre state le due colonne su cui si appoggiava la radio, secondo l’impostazione immaginata dal grande architetto della BBC, il leggendario Sir John Reith.

Musica e parole, in effetti, vanno a braccetto ancora oggi alla radio, naturalmente in forme diverse da quelle di allora.

Ricordo un grande dirigente della Rai, Paolo Donati, che per spiegare il mestiere a noi giovani conduttori alle prime armi raccontava che la radio, in fondo, non era altro che chiacchiera e disco, chiacchera e disco (lui usava un’altra espressione, più romanesca, ma il concetto è quello). Naturalmente Paolo era il primo a sapere che le cose, in realtà, non stanno così, e che parlare di musica alla radio è molto più complicato.

Era stato proprio lui, per esempio, a svecchiare lo stile delle dirette radiofoniche, che un tempo si facevano chiusi in un gabbiotto nel retropalco, accanto al reparto tecnico, con un monitor per vedere l’ingresso dei solisti e del direttore. Abbiamo buttato alle ortiche lo stile compunto e ingessato di prima, e siamo scesi in sala, intervistando gli artisti prima e dopo il concerto o lo spettacolo, raccontando quel che accadeva, dialogando con il pubblico.

Le dirette sono un elemento essenziale della narrazione musicale alla radio. Radio3, per esempio, dove io lavoro, trasmette moltissima musica dal vivo nel corso dell’anno con Il cartellone. In questo la Rai ha un primato assoluto.

La BBC, per esempio, trasmette dal vivo quasi esclusivamente i Proms dalla Royal Albert Hall di Londra, la più imponente e popolare stagione di concerti al mondo. Sono tantissimi e di altissima qualità, da fine luglio a settembre, e sono per così dire una specialità della casa, visto che sono organizzati dalla stessa BBC, ma sono solo quelli.

Al di fuori dei Proms, la BBC trasmette pochissima musica in diretta, mentre la programmazione di Radio3 è costellata lungo tutto l’anno di collegamenti con teatri e sale di concerto in Italia e all’estero (compresi i Proms, naturalmente, che trasmettiamo in abbondanza e in diretta grazie a quella fantastica iniziativa che è il circuito Euroradio, un network di emittenti di tutto il mondo che offrono ai consociati il meglio della loro programmazione).

Naturalmente raccontare la musica e l’opera in diretta implica un margine d’incertezza, perché si rimane esposti ai capricci del caso, ma costringe anche a un racconto vivo e senza orpelli. I colleghi della BBC ammirano le nostre doti di improvvisatori, mentre noi forse invidiamo loro l’impeccabile organizzazione, senza sbavature né sorprese.

Sono stili diversi ma entrambi nobili, in fondo noi abbiamo inventato la commedia dell’arte, loro hanno avuto Shakespeare.  

L’improvvisazione, come dicevo, è un elemento essenziale, in certe circostanze. Cito un esempio a caso, tanto per rendere l’idea. Questa estate a Radio3 trasmettevamo un concerto in diretta dalla Francia, in programma A Sea Symphony di Ralph Vaughan Williams, un lavoro sinfonico corale che comprende anche un soprano e un baritono. Verso la fine del primo movimento, la musica s’interrompe e sentiamo un brusio in sala. Dopo un paio di minuti, che alla radio sono un’eternità, lo speaker francese spiega che la cantante ha avuto un mancamento, probabilmente per il caldo torrido della chiesa. Non aggiunge altro, e parte subito dopo una riserva musicale di Radio France.

In queste situazioni, bisogna essere preparati a tappare la falla, ma ci vuole un po’ per organizzare una difesa. Si prende tempo parlando della Sinfonia di Vaughan Williams, degli interpreti, del festival da dove stiamo trasmettendo, sempre con un orecchio a Radio France per capire come si evolve la situazione. È finita che dopo una ventina di minuti il concerto è ripreso, con grande sollievo di tutti per la salute del nostro soprano.      

Al di là degli aneddoti, trasmettere molta musica in diretta corrisponde alla natura del servizio pubblico, a mio modo di vedere. Fare dirette dai teatri, dai festival, dalle associazioni concertistiche è certamente un lavoro oneroso, ma permette di mettere in risalto e di diffondere l’attività di istituzioni finanziate in gran parte dallo Stato.

È importante che i contribuenti si rendano conto di come sono adoperate le risorse pubbliche, ed è sacrosanto che tutti, almeno in parte, possano godere i frutti di questo tessuto culturale creato nel tempo con tanto lavoro e con tanto dispendio di denaro. La radio, più piccola e agile della televisione, può raggiungere il pubblico in maniera capillare e arrivare in luoghi dove difficilmente sarebbe possibile piazzare una telecamera. 

Il tema delle dirette è importante, ma alla radio si parla di musica in molti altri modi, con una grande varietà di format e di stili. Magari sarà l’argomento di un prossimo intervento, se avrò ancora l’onore di essere un Ospite di Music Paper.

Foto © Wesley Pribaldi / Unsplash