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Rina Sala Gallo #26

Rina Sala Gallo #26

Al via a Monza l’edizione 2022 del concorso pianistico Rina Sala Gallo, il più antico d’Italia, con un concerto dell’ultimo vincitore, Igor Andreev. Sino al 6 ottobre, 32 pianisti impegnati nelle selezioni. Finale sabato 8 con l’Orchestra Sinfonica di Milano. Music Paper nella giuria per l’assegnazione del Premio della Critica.

Le piace Massenet?

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Per l’inaugurazione della nuova Stagione, il Palazzetto Bru Zane – Centre de musique romantique française ospita il Festival “Massenet, maestro del suo tempo”. Dal 1° al 28 ottobre, a Venezia, per celebrare il grande compositore che ha incarnato tutte le contraddizioni della Belle Époque.

La Scala va in città

La Scala va in città

Torna La Scala in città: dal 27 settembre al 1° ottobre la rassegna porta nei 9 municipi milanesi la Filarmonica, il Corpo di ballo, le voci bianche e gli allievi dell’Accademia di canto e della scuola di ballo del Teatro alla Scala. 22 spettacoli per tutti e per tutte le età.

Arriva JazzMI e i Brew 4et vincono Jam the Future

Arriva JazzMI e i Brew 4et vincono Jam the Future

Tornato dal 29 settembre al 9 ottobre il grande festival che invade Milano al ritmo della musica jazz declinata nelle sue tante possibili accezioni contemporanee. A fargli da preludio la quarta edizione di “Jam the Future- Music for a new Planet”, contest per jazz band emergenti dedicato ai nuovi talenti italiani. A vincerlo i Brew 4et.

L’inglese Yuanfan Yang vince il Casagrande

L’inglese Yuanfan Yang vince il Casagrande

È l’inglese Yuanfan Yang il vincitore della prova finale del Concorso Internazionale Alessandro Casagrande tenuta al Teatro Secci di Terni. Secondo posto per lo statunitense Samuel Glicklich e terza l’italiana Serena Valluzzi. I tre finalisti si sono esibiti in finale con il Terzo Concerto di Beethoven insieme all’Orchestra Sinfonica Abruzzese diretta da Marco Boni.

TOVEL c’est moi!

TOVEL c’est moi!

È una questione di gravità. Inesauribile questione di equilibrio e leggerezza, come nella vita. Per riflessi di verticalità e intersezioni, sempre sull’ipotenusa di slittamenti di senso. Oltre la linea dello sguardo, captare il bagliore di un’idea e percorrerne il contorno con la disinvoltura di un acrobata. Sperimentare.
Un viaggio fra le sorprendenti grammatiche musicali di TOVEL (aka Matteo Franceschini), che il 15 ottobre a La Scala di Parigi presenta il suo primo album, “Gravity”, ispirato alle opere dell’artista concettuale Bernar Venet. Insieme a lui, il pianista Bertrand Chamayou e il sassofonista Eudes Bernstein.

Nel Giardino delle relazioni pericolose

Nel Giardino delle relazioni pericolose

Parlare di Giovanni Antonini significa parlare di uno dei protagonisti più straordinari della storia del revival della musica antica nell’era della “rivoluzione filologica”. Milanese doc, tra i fondatori e direttore de Il Giardino Armonico, ha sempre impressionato e affascinato il pubblico per la resa teatrale-immaginifica delle sue interpretazioni, così pulsanti di vita, così ricche di chiaroscuri, in cui la musica acquista una forza drammaturgica e una eloquenza scintillanti. Una discografia sconfinata esplora il repertorio strumentale e quello operistico… In quasi 40 anni di attività, non si contano le collaborazioni con le star del panorama musicale internazionale: da Cecilia Bartoli a Giuliano Carmignola, dalle sorelle Labèque a Patricia Kopatchinskaja.

Sognare? Preferisco vivere

Sognare? Preferisco vivere

Nata a Vilnius, figlia d’arte, “cantante lirica dell’anno” nel 2021 secondo l’associazione spagnola Ópera XXI, Asmik Grigorian torna ad ammaliare il pubblico del Teatro alla Scala che già aveva avuto occasione di ascoltarla, vederla (e innamorarsene) al suo esordio scaligero nelle vesti di Marietta in Die tote Stadt nel 2019 e poi in quella di Liza ne La dama di picche dello scorso febbraio. In occasione del suo ritorno a Milano per il debutto in veste di solista in un recital cameristico, il soprano lituano, cantante dalla voce e dalla presenza scenica inconfondibili, racconta a Music Paper della sua formazione, del suo primo album, Dissonance, dedicato alle romanze di Rachmaninov, del sodalizio con il pianista Lukas Geniušas. E parla di sogni e volontà e di come la pandemia le abbia salvato la vita.

Russian Choral Sound

Russian Choral Sound

Nel 2019 la Hbo ha prodotto una miniserie intitolata Chernobyl che ricostruisce, alla maniera di un romanzo giallo, le cause del più grave incidente nucleare della storia. Alla fine dell’ultima puntata scorrono sullo schermo i volti di quei personaggi che fino a poco prima avevamo visto interpretati da Stellan Skarsgård o da Emily Watson. È il classico momento del “come andò a finire”… La severità di questo epilogo è accompagnata da un coro che intona Vichnaya pamiat’ (In eterna memoria, in ucraino), canto funebre di tradizione ortodossa assimilabile al nostro requiem. Ascoltandolo, sembra di assistere all’adattamento in un linguaggio musicale contemporaneo di una melodia ancestrale scandita nei secoli da innumerevoli labbra.

Per amore di Maria

Per amore di Maria

Nel marzo di due anni fa, in pieno lockdown, due foto fecero il giro del mondo: ritraevano Papa Francesco. Nella prima, camminava in una via del Corso deserta e nella seconda era ritratto nella Cappella Paolina della Basilica di Santa Maria Maggiore. Era voluto uscire a sorpresa dal Vaticano per andare a pregare per la fine della pandemia in due luoghi speciali. Il primo è la Chiesa di San Marcello al Corso, dove si trova un Crocefisso che secondo la tradizione salvò i romani dalla peste. La seconda è la “Salus populi romani”, la protettrice della Città Eterna, l’icona mariana più importante del mondo. Papa Paolo V la collocò al centro della Cappella Paolina, dove egli è sepolto. Pochi sanno però che questo luogo di devozione ebbe da subito una formazione musicale stabile.

Elzeviro per Madame 

Elzeviro per Madame 

Un manoscritto trovato su Ebay dal clavicembalista Christophe Rousset ci riporta al tempo degli amori fra la contessa di Rochefort-Théobon e il Re Sole, in una Versailles in cui tutto era sfarzo e teatralità. Oggi quella raccolta è tornata a risuonare diventando un disco cult. Nell’incisione i brani non seguono l’ordine originale previsto da Madame ma vengono raggruppati per tonalità, tracciando una sottile drammaturgia dei suoni. Ascoltandoli, ci sembra di rivivere tutte le sfumature dell’epoca louis-quatorzienne, fra spettacoli pirotecnici e tragédies lyrique, tradimenti e divertissements, intrighi di corte e ballets de cour. Già sembra festeggiare nelle nostre pupille il rigoglio cromatico dei dipinti di Le Brun, già protendiamo l’orecchio verso le graffianti irriverenze di Molière e ci emozioniamo godendo dei frutti melodiosi dell’arte di Lully.

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Spettacoli - Libri - Dischi

Scene da una Biennale

Fuori dal palcoscenico tradizionale si colloca il teatro musicale sperimentale. "Out of Stage" è il tema della Biennale Musica 2022. Oltre l'omaggio al Leone d’oro Giorgio Battistelli, una serie ampia e varia di proposte tra …

Giuseppe Verdi

Piero Mioli / NeoClassica, pagg. 737, € 40 Mioli ha articolato in 12 parti un sapere interdisciplinare e immenso: frutto di tanti anni di studio e di lavoro non solo su Verdi e sul mondo dell’opera …

Pelléas et Mélisande

Roth, Les Siècles / Harmonia Mundi L’accuratezza estrema che Roth dedica all’interpretazione della partitura alla ricerca di una massima naturalezza e morbidezza espressiva nonché finezza nella realizzazione dei dettagli timbrici e del gioco sottile delle dinamiche …

INTERVISTE

Nel Giardino delle relazioni pericolose

Giovanni Antonini, flautista e direttore d’orchestra, fondatore e leader de “Il Giardino Armonico”, è un artista che ha fatto e continua a fare la storia. Lo abbiamo incontrato a pochi giorni dall’inizio del Festival Wratislavia Cantans, di cui è direttore artistico in Polonia. CHE Quest’anno È PROFETICAMENTE intitolato “Dangerous liaisons”.

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arlare di Giovanni Antonini significa parlare di uno dei protagonisti più straordinari della storia del revival della musica antica nell’era della “rivoluzione filologica”. Milanese doc, tra i fondatori e direttore de Il Giardino Armonico, ha sempre impressionato e affascinato il pubblico per la resa teatrale-immaginifica delle sue interpretazioni, così pulsanti di vita, così ricche di seducenti chiaroscuri, in cui la musica acquista una forza drammaturgica e una eloquenza scintillanti.

Una discografia sconfinata esplora, con sempre rinnovato entusiasmo, il repertorio strumentale e quello operistico, gli universi sonori dei celebrati compositori e di quelli meno noti. In quasi 40 anni di attività, non si contano le collaborazioni con le star del panorama musicale internazionale: da Cecilia Bartoli a Giuliano Carmignola, da Christophe Coin ad Avi Avital, dalle sorelle Labèque a Patricia Kopatchinskaja. Travalicando i confini de Il Giardino Armonico, Antonini è salito anche sul podio di diverse orchestre, uno su tutti quello dei Berliner Philharmoniker. Oggi è direttore principale ospite della Kammerochester Basel e della Mozarteumorchester Salzburg.

Inoltre, è direttore artistico di Haydn 2032, monumentale progetto discografico Alpha Classics, nato nel 2014 e giunto quest’estate al dodicesimo volume, che prevede la registrazione integrale delle sinfonie di Franz Joseph Haydn con Il Giardino Armonico e la Kammerorchester Basel, in vista del trecentesimo anniversario della nascita del compositore di Rohrau.

E in Polonia, dal 2013, Antonini è il direttore artistico del Wratislavia Cantans Festival, ricevendo il Wroclaw Music Award (categoria musica classica) per l’elevata qualità della programmazione. L’edizione 2022, intitolata Dangerous liaisons, si terrà dal 9 al 18 settembre. Come da tradizione, il cartellone del Festival si incentrerà sull’oratorio ma metterà in connessione, in maniera trasversale, generi ed epoche diverse, dal Barocco a Poulenc.

Quando la “rivoluzione filologica” muoveva con sicurezza i suoi primi passi, Il Giardino Armonico offrì per la prima volta in Italia un modo nuovo di intendere, suonare e apprezzare la musica antica.

«Ritorniamo agli anni ’80, quando ho terminato gli studi e si costituì il primo nucleo de Il Giardino Armonico, insieme a Paolo Beschi e Lorenzo Ghielmi. Eravamo nati nel 1985 come un piccolo trio: flauto diritto e basso continuo. L’anno seguente arrivò Luca Pianca, al liuto. Erano anni pieni di entusiasmo, c’era la volontà di scoprire qualcosa di antico ma che in quel momento era totalmente nuovo. I gruppi che più tardi sarebbero diventati famosi – penso a Musica Antiqua Köln o l’ensemble Hespèrion XX – erano all’epoca ancora giovani».

«Ricordo a Milano quando si andava agli appuntamenti della stagione Musica e poesia a San Maurizio e ogni volta c’era un senso di sorpresa e di scoperta. Perché così era, effettivamente: si scoprivano nuovi repertori, e nuovi modi di eseguirli. Come me, anche tanti miei coetanei sono rimasti affascinati da questo approccio alla musica, differente rispetto a quello “classico” del Conservatorio. Già allora, d’altronde, c’erano delle differenziazioni tra i vari approcci: quello di Reinhard Goebel, per esempio, è molto diverso da quello di Jordi Savall. Per quanto riguarda il flauto diritto, il mio modello era Frans Brüggen, di cui conoscevo tutte le registrazioni a memoria. Ecco, Il Giardino Armonico nacque proprio in quella atmosfera. All’inizio un gruppo piccolissimo, che poi si è allargato via via. Il primo grande progetto fu quello dei Concerti da camera di Vivaldi, per flauto, oboe, violino e fagotto».

Qual è la visione artistica che continua a contraddistinguere Il Giardino Armonico

«Già in quel primo progetto vivaldiano c’era tutta l’essenza delle interpretazioni de Il Giardino Armonico con la ricerca di un approccio alla musica che potremmo definire “drammatico“, pieno di contrasti, teatrale. Un approccio che colpì fortemente il pubblico estero – la nostra attività si è infatti sviluppata, fin da subito, prevalentemente fuori dall’Italia – e che venne denominato “italiano”, forse perché in Italia abbiamo una propensione naturale verso il mondo del teatro, del melodramma. Ad ogni modo, rispetto a quell’epoca, da un po’ di anni la cosiddetta “musica antica” eseguita secondo prassi storicamente informata – che poi è un’espressione che mi sembra un po’ assurda – è entrata in un sistema, è entrata cioè nel gusto delle persone, di un certo pubblico che in fondo è cresciuto ascoltando questa musica».

Contrariamente a pochi decenni fa, in cui due approcci diversi si confrontavano e scontravano, oggi non potremmo più fare a meno di eseguire le musiche del passato secondo certi criteri.

«All’epoca c’erano gruppi come I Musici, che pure amavo molto, o I Solisti Veneti. Loro avevano un approccio tradizionale, ma oggi l’approccio è completamente cambiato. Il pubblico si è abituato alle esecuzioni su strumenti antichi. Il paradosso è che, nel ricercare i suoni del passato, ci si accorge che questi fanno parte del panorama sonoro contemporaneo, essendo in fondo moderni. Il Giardino Armonico ha un approccio fantasioso, diretto, e per questo a volte siamo stati ritenuti addirittura eccessivi. Ma abbiamo sempre pensato che un concerto debba avere una componente di spettacolo, di divertimento, come credo accadesse anche nel ‘600 o nel ‘700. Per esempio, quando si leggono le testimonianze del modo di suonare di Veracini o di Vivaldi emergono ritratti di virtuosi dello strumento che vogliono colpire il pubblico. Pare che i violinisti italiani fossero impareggiabili nell’imitare i versi degli uccelli con lo strumento: uno degli aspetti della loro performance lo si potrebbe definire quasi “circense”, volto a divertire e intrattenere il pubblico».

Questo, d’altronde, ci porta a riflettere sul (reale) significato delle cosiddette “esecuzioni filologiche”.

«Ritengo che filologia sia una parola abusata. Dal punto di vista esecutivo, sarebbe bello capire che cosa significhi. Certo, il dotarsi di strumenti antichi o copie. D’accordo, ma la realtà dell’epoca era estremamente variegata. Vogliamo riprodurre un’esecuzione del 1° gennaio 1700 oppure una del 20 aprile 1720. E poi dove? Riferita a quale nazione? Quindi, secondo me cercare una verità “storica” è qualcosa di irraggiungibile e non credo sia poi questo l’obiettivo di un esecutore. Noi siamo vivi oggi e bisogna fare qualcosa di vivo, che appassioni».

Da virtuoso del flauto dolce, ha affrontato pagine fra le più ardite e le più commoventi di Vivaldi, Telemann, Corelli, Sarro, Barsanti, Mancini, Geminiani e molti altri. La sua è una “voce” altamente riconoscibile. Come descriverebbe il rapporto con il suo strumento e quali “mondi sonori” intende esplorare nel prossimo futuro? 

«Musicalmente nasco con il flauto dolce che ancora oggi è una parte importantissima della mia vita musicale. È uno strumento che all’epoca era considerato di serie C, ma che, attraverso l’ascolto dei dischi di Brüggen, mi ha affascinato talmente tanto da portarmi a fare musica. Non che prima in casa non ascoltassi musica, però il flauto mi ha cambiato. Ancora oggi ho un rapporto viscerale, intimo con questo strumento. Quando giro, anche se devo solo dirigere, ho sempre con me i miei cinque o sei flauti che suono alla sera, magari dopo una prova d’orchestra. Il repertorio non è vastissimo ma molto affascinante. Negli ultimi anni continuo a eseguire i classici del Settecento, però sono sempre più interessato al repertorio del Cinquecento, soprattutto a quell’aspetto improvvisativo di cui ci rimane una testimonianza ne La Fontegara di Silvestro Ganassi. Questo trattato del 1535 offre un’immagine dello strumento estremamente virtuosistica e creativa, anche dal punto di vista espressivo: si parla di trilli di quarto di tono, per esempio, e in generale le diminuzioni sono così elaborate risultare spesso molto difficili da applicare. Nel 2019 è uscito il disco La morte della ragione, in cui toccavamo questi aspetti, che mi interessa senz’altro proseguire a esplorare».

Tanta musica strumentale ma anche tanto repertorio operistico. Penso al sodalizio artistico di lunga durata con Cecilia Bartoli, particolarmente emblematico.

«Certo, iniziato alla fine degli anni ’90 con un album vivaldiano. Io conoscevo da poco la Bartoli. In quegli anni lei voleva iniziare una serie di progetti monografici su autori barocchi o incentrati su tematiche specifiche – come sarebbe poi stato nel caso di Sacrificium. Per me è stata una scoperta, devo dire. Fu una sua idea, geniale, quella di eseguire arie vivaldiane, anche perché all’epoca non si eseguivano tanto quanto oggi. Si sono concretizzati anche bellissimi concerti. Più recentemente, poi, l’album dedicato a Farinelli».

Negli anni, bellissime produzioni teatrali, da Händel a Emilio de’ Cavalieri, dal Teatro alla Scala al Theater an der Wien.

«Quando si parla di barocco la musica vocale è forse l’argomento principale. Io non ho fatto tantissima opera nella mia vita. L’ultimo progetto, molto interessante, è stato al Theater an der Wien: la Rappresentatione di Anima, et di Corpo con la regia di Robert Carsen. È stata una bellissima esperienza. E poi, sì, i vari Händel, come il Giulio Cesare in Egitto al Teatro alla Scala. Vivaldi, invece, l’ho frequentato poco da questo punto di vista. Con Il Giardino Armonico abbiamo fatto Ottone in Villa».

E poi il progetto Haydn 2032. Nello Spirito dell’utopia Ernst Bloch esortava a «considerare i musicisti nel loro insieme, perché nulla vada perduto». Allo stesso modo lei sembra ambire a realizzare un monumentale affresco che metta in luce tutti i differenti aspetti di un compositore che, come egli stesso scrisse, fu «costretto a diventare originale». Che cosa la attrae così magneticamente a Haydn?

«Ci sono diversi aspetti che mi affascinano nella musica di Haydn. Uno di questi è senz’altro la sottigliezza: è musica spesso che a prima vista, aprendo la partitura, non si riesce a capirne subito il valore – d’altronde la qualità musicale delle 107 sinfonie, come è facile immaginare, non è sempre la stessa. Nonostante ciò, nel momento in cui si va a studiare la partitura e a eseguirla, si scopre sempre qualcosa di nascosto. E questo vale anche per il famoso umorismo haydniano, che si coglie solitamente nei gesti più eclatanti e plateali, come per esempio l’inizio della Sinfonia n. 103, soprannominata Mit dem Paukenwirbel (“con il rullo di timpani”). Invece, la musica di Haydn è piena di tanti gesti, più piccoli e nascosti, che uniscono il sublime col grottesco: c’è una commistione di elementi alti ed elementi bassi, di cui tra l’altro Haydn era accusato già in vita. Molti critici, soprattutto della Germania del nord, gli rimproveravano di “mischiare i caratteri“, divergendo dall’idea estetica dell’unitarietà dei caratteri. Proprio questa differenza credo che sia forse il valore più alto di Haydn, quello che certamente più affascina e interessa. È un po’ come il ritratto della vita, in cui gli elementi si mischiano. L’umanità, si sa, è capace degli atti più sublimi come delle cose più volgari».

Ironia e sensibilità che, in qualche modo, accomunano molto Haydn allo scrittore Laurence Sterne…

«Certo, proprio per questa apparente incongruenza, per questo aspetto quasi “surreale”. Sterne nel Settecento era uno scrittore di grande successo, ammirato, eppure una parte della critica non condivideva la mistura di elementi bassi e alti che caratterizzava le sue opere. Ecco, anche in Haydn c’è proprio questa fusione di elementi, questa idea della vita che mi affascina molto. La sua musica è da decifrare, secondo me. In qualche maniera, non ha la bellezza evidente che possiamo riscontrare in Mozart, ma certamente ha dei percorsi di sviluppo compositivo estremamente interessanti e decisamente teatrali. Uno fra tutti, il silenzio: le fermate improvvise che presuppongono un prosieguo e invece spiazzano l’ascoltatore con qualcosa di inaspettato. Da qui si capisce come fosse un compositore che conosceva bene la psicologia umana e che ha messo a frutto il proprio talento teatrale più nelle Sinfonie che nelle opere liriche».

Oltre il podio. Dal 2013 è il Direttore artistico dell’International Festival Wratislavia Cantans. Quest’anno quali saranno le “relazioni pericolose” annunciate provocatoriamente nel titolo?

«Anzitutto, il titolo di un Festival per me è sempre una suggestione, offerta da elementi extra-musicali. Recentemente avevo riletto il meraviglioso romanzo epistolare di Laclos, Les Liaisons dangereuses, e da lì mi è venuta l’idea. D’altronde, “relazioni pericolose” è un’espressione abbastanza conosciuta, anche grazie al celebre film di Stephen Frears. Quindi mi sono chiesto: in musica quali possono essere le relazioni pericolose – anche in senso ironico, ovviamente? Intanto la relazione fra Anima e Corpo – se la consideriamo da un punto di vista filosofico e teologico – con la Rappresentatione di de’ Cavalieri. Poi ci sarà l’oratorio San Giovanni Battista di Alessandro Stradella e quindi la relazione pericolosa fra Erode ed Erodiade. E ancora La voix humaine con la straordinaria Barbara Hannigan, in doppia veste di interprete e direttrice; il lavoro di Poulenc parla delle relazioni pericolose nell’amore: è la tragedia di una donna che crede possibile «vivere una folle felicità». Ho invitato anche Cameron Carpenter, che nel mondo organistico è considerato un outsider e che invece trovo un personaggio spettacolare: interprete molto discusso, guardato talvolta con sospetto, che presenterà il concerto Maverick Organist. Un’altra dinamica pericolosa è quella fra Lully e Molière, iniziata come un grande sodalizio e finita male: sarà il fulcro dell’appuntamento con Vincent Dumestre e Le Poème Harmonique, The Dictator of French Music».

Già il manifesto annuncia in maniera esplosiva questi aspetti “pericolosi”.

«È una immagine piuttosto forte: una bomba e una custodia di violino. Però l’idea del tema era nata molto prima dello scoppio della guerra in Ucraina. D’altronde, la Polonia e la Russia storicamente hanno avuto da sempre delle relazioni non facili. Infatti, qui in Polonia mi hanno detto “Sei stato preveggente!”… anche se, naturalmente, avrei preferito non esserlo affatto».

Il tema della guerra in Ucraina sarà centrale nel concerto The Spirit of Ukraine.

«Sì, ho pensato che fosse giusto incentrare parte del Festival proprio sul repertorio ucraino, invitando artisti ucraini per sostenerli in questo momento difficile. Nel cartellone ci saranno due programmi dedicati. Il primo, appunto, con la National Academic Choral Capella Dumka, che eseguirà una antologia di brani ucraini. Sarà un evento molto interessante».

Karl Kraus, in piena Grande Guerra, scrisse: «nessun mortaio tace, se si canta Mozart». Che cosa può la musica, oggi, in questo nostro tempo difficile?  

«Si sente spesso dire che l’arte salverà il mondo, ma in fondo è solo uno slogan. In realtà, io non credo che possa farlo. Forse, se le persone si occupassero più di bellezza (che è quello che per me conta: la musica, la lettura, la Natura), se la musica fosse più diffusa (non parlo solo della musica classica, ma di tutta la bella musica) probabilmente il mondo andrebbe un po’ meglio. Certo, gran parte del mondo ha problemi più basici, di sostentamento, ma la parte del mondo che sta meglio – che poi è sempre quella più litigiosa – dovrebbe affannarsi meno nel fare soldi e guadagnare potere. Credo che sia una perdita di tempo e mi chiedo sempre se tenere occupata la mente con la musica non farebbe andare il mondo diversamente… ma forse quello che sto dicendo è un po’ utopico e retorico».

In cover: Giovanni Antonini © Marco Borggreve. Nel testo: Giovanni Antonini © Sergio Bertani; Il Giardino Armonico al National Forum of Music di Breslavia © Lukasz Rajchert; Giovanni Antonini © Marco Borggreve; una foto di scena della Rappresentatione di Anima, et di Corpo al Theater an der Wien con la regia di Robert Carsen; il manifesto della 57esima edizione del Wratislavia Cantans Festival.