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arà capitato anche a voi, di avere una musica in testa… No, non sto rievocando i fasti della televisione in bianco e nero con le sue sigle accattivanti. Intendo dire: sarete incappati, specie se frequentate i social, nel Povero gabbiano, un motivetto diventato virale nelle ultime settimane al punto di essere intonato a Procida dal Coro del Teatro San Carlo (con pianoforte aggiunto) in una versione dove il refrain di questa canzone neomelodica di Gianni Celeste datata 1988 si alterna all’Habanera della Carmen, sotto la direzione di Josè Luis Basso!

È solo l’ultimo capitolo di un’attrazione fatale che la canzone – anche la più banale, o forse proprio perché banale, come sosteneva Proust e dopo di lui Truffaut («più sono stupide, più sono vere», La signora della porta accanto) – esercita su tutti noi o quasi (in omaggio al politically correct, rispettiamo quello che Adorno chiamava l’ascoltatore indifferente, non musicale o anti-musicale…). Il potere della canzone sta nella ripetizione e in questa sua peculiarità essa porta all’estremo il punto di vista di Jankélevitch, e cioè «in musica ciò che è stato detto è ancora da dire, instancabilmente e inesauribilmente».

Non solo tormentoni, però, che sembrerebbero appartenere a una logica dell’usa e getta. Le canzoni sono molto di più. Pensiamo a Bella ciao e a come questo inno di libertà sia riemerso di recente, eseguito da un gruppo di soldati ucraini che – fucile e chitarra – hanno postato il video su You Tube. O al tema dell’ambiente, scelto per la Festa della Musica 2022, che le canzoni da anni aiutano a promuovere – dal Battiato di Pollution (1972) a Piero Pelù che dedica Picnic all’inferno a Greta Thunberg campionandone la voce.

Per non parlare della loro qualità letteraria, cresciuta significativamente negli ultimi decenni al punto di favorirne l’uso didattico nelle antologie scolastiche e nei corsi di lingua per stranieri.

Nei paesi anglosassoni la popular music è da tempo entrata nelle facoltà di musica e in molti casi vanta persino un proprio dipartimento dove viene studiata in una prospettiva multidisciplinare che privilegia di volta in volta i cultural studies, gli studi di genere, la storia, i media digitali, ecc. In Francia il fiore all’occhiello si chiama Le Hall de la Chanson – “centre national du patrimoine de la chanson” – patrocinato dalla SACEM e dal Ministero della Cultura, che da più di vent’anni promuove la cultura della canzone attraverso un sito, attività teatrali per le scuole e corsi di formazione per insegnanti. Sono le due tradizioni più prestigiose, l’angloamericana e la francese, che secondo il sito SecondHandSongs vantano – nell’ordine – il maggior numero di versioni al mondo. Al quarto posto, dopo il repertorio brasiliano, figura la canzone italiana.

Una ragione di più, semmai ce ne fosse ancora bisogno, per guardare al nostro canzoniere come a un patrimonio di inestimabile valore che merita di uscire dalle strettoie del collezionismo, dei fanclub e del puro intrattenimento per accedere ai più ampi territori della cultura. Un patrimonio che ha contribuito alla formazione del carattere nazionale, ad alfabetizzare musicalmente più di una generazione, a creare rituali ad alto tasso di effervescenza, secondi solo alle partite della Nazionale. E se da anni anche da noi il mondo accademico ha finalmente accolto la sfida della canzone – non solo i musicologi, particolarmente attivi sul repertorio napoletano e sui cantautori, ma i linguisti, gli storici, i semiologi, i sociologi, gli italianisti – qualcosa si muove anche sul fronte istituzionale.

Il Portale della Canzone Italiana, ad esempio, voluto dal Ministro della Cultura Dario Franceschini nel 2018, non ha precedenti in ambito pubblico. Nato per condividere a titolo gratuito l’immenso patrimonio dell’Istituto per i Beni Sonori e Audiovisivi (ex-Discoteca di Stato), CanzoneItaliana.it mette a disposizione oltre 400 mila tracce sonore che spaziano dalle origini (quando la canzone era figlia minore della romanza d’opera) ai radio days (quando la canzone assume la sua forma moderna) per poi contaminarsi con generi, ritmi e sonorità globali.

Grazie alla partnership con Spotify, che garantisce la copertura dei diritti, il Portale propone percorsi guidati in forma di playlist che abbracciano tutti i settori della popular music nostrana offrendosi al tempo stesso come vetrina internazionale – è disponibile in sette lingue – di un pezzo importante del Made in Italy. La vocazione educational emerge soprattutto in una sezione dedicata all’approfondimento storico-critico che nei mesi a venire sarà implementata assieme all’investimento sui social, già attivato con la condivisione di podcast tematici in sintonia con l’attualità e il taglio enciclopedico.

Non interpretatemi, diceva Bob Dylan. Le mie canzoni non hanno alcun significato, sono solo parole. Ma poi gli hanno dato il Nobel… E allora ben vengano le occasioni per andare oltre.